Parlare di sirene non è mai scontato. Non è difficile, perché ognuno di noi -oggi- sa perfettamente che cosa sia una sirena, a differenza invece di moltissime altre creature più o meno ibride e più o meno antiche della mitologia e del folclore. Personalmente sono molto affascinata dalle sirene e non potevo, anche quest’anno, non ritagliargli uno spazio nel mese che i social network, l’oceano moderno, hanno dedicato loro nel mese di maggio con l’epiteto di Mermay, il mese della sirena.
Ebbene, per non ripetermi, considerati i post già scritti lo scorso anno, ho letto qualche altro libro per cercare nuovi spunti da lasciare qui e, senza neanche troppa sorpresa, come un fiume che s’ingrossa fino a giungere il mare che le sirene ben conoscono, mi sono ritrovata in mille nuovi quesiti, considerazioni, suggestioni… insomma, come il ciclo dell’acqua, non sembra possibile fermare la mente quando s’inizia a ragionare di sirene e le questioni si fanno prima esistenziali, quindi leggere e curiose, poi di nuovo filosofiche e culturali come l’andirivieni delle onde sulla spiaggia. Forse è questo il fascino intrinseco delle sirene: di rimetterci costantemente in connessione con quell’elemento da cui prendiamo le distanze, il mare, l’acqua, ma da cui non possiamo prescindere mai in quanto esseri viventi…

Umano e mostro. Il discorso sulle sirene ci obbliga quasi a ragionare continuamente per opposti, o quanto meno per concetti binari, proprio come doppio è il corpo e doppia è la natura della sirena.
Che si faccia riferimento alle sirene-uccello più antiche, di derivazione mediterranea, o a quelle più moderne, in forma di pesce, di origine nordeuropea, comunque la sirena è una creatura in parte umana e in parte animale. Nel contesto greco, che ci ha lasciato in eredità molti celebri ibridi, con i loro nomi e la loro origine, queste creature a metà non ispiravano l’orrore che oggi potremmo pensare: la loro natura ambigua non era infatti un castigo divino, o meglio poteva forse essere la ragione della mutazione, ma non vi era il solo disgusto. Questi personaggi incutevano un timore reverenziale, direi sacro, perché erano più vicini dei comuni mortali alla divinità: la diversità era segno della loro eccezionalità e in quanto tali andavano temuti sì, ma non perché mostri, piuttosto perché esseri speciali. Va da sé che tutto il loro potere, tutto ciò che li distingueva dagli esseri umani, e che in definitiva li rendeva semidivini, risiedeva nella loro parte animale (sul tipo di animale, si aprono le varie piste temporali, spaziali e in definitiva culturali). Con l’avvento del Cristianesimo, quando si definisce l’assioma, la verità assoluta, dell’uomo fatto a somiglianza di Dio, l’ibrido -da intermediario che era tra l’umano e il divino- viene sbalzato a via di mezzo tra l’essere umano e la Bestia, il diavolo, con tutta la sua schiera di creature demoniache e disgustose. L’ibrido diventa mostro, il segno di natura sovrannaturale resta, ma è di origine demoniaca e, come tale, va allontanato e combattuto.

Cielo e acqua, corpo e voce. La sirena è la forma di ibrido forse più famosa nella nostra cultura. Due sono le peculiarità di questa creatura: il fascino che esercita senza sosta dall’antichità a noi e lo straordinario processo di mutazione a cui è andata incontro la rappresentazione del suo corpo, da uccello a pesce. Sul passaggio da creatura alata a pisciforme la storia culturale ci viene in soccorso: ritrovamenti archeologici attestano che gli antichi pensavano la sirena come un uccello con testa di donna; grazie a Omero sappiamo che le sirene erano due, ma nessuna indicazione sul loro aspetto (perché erano troppo celebri e descriverle era superfluo o perché non si era certi della loro natura?). Alcune versioni successive, pur indicando due o quattro sirene e talvolta specificando come suonassero anche la lira e il flauto, conservano tutte l’idea fondamentale del loro canto dalla bellezza mortale. La sirena medievale diviene una creatura bifida e viene descritta pisciforme nei numerosi bestiari che le dedicano appositi capitoli, rendendola famosa presso letterati e poeti e dove assistiamo a un momento di esitazione tra le due forme (ma in realtà la sirena appare qui anche in forma di dragone, quando probabilmente la cultura europea tende ad aggregare in un unico mostro-ibrido le maggiori figure dei culti precristiani, tra cui la donna serpente). Dal Medioevo in poi la sirena utilizzerà il canto per sedurre gli uomini e l’accento verrà spostato dalla solennità del suono alla concretezza del corpo e dei piaceri ad esso connessi (curioso se pensiamo che alcuni scrittori antichi giustificano l’orrido aspetto delle sirene-uccello come castigo di Afrodite, offesa dal loro disinteresse nei confronti dell’amore). La sirena-pesce è stata per finire confusa con l’ondina, spirito femminile delle acque, e in quest’ultima fase -pur mantenendo la dimora acquatica- perdendo anche la coda. Strettamente collegate al suono, al canto, alla musica non è un caso che nella celebre vicenda della Sirenetta di Andersen, forse la più nota di tutte, il lieto fine venga meno proprio a causa del silenzio stregato imposto alla protagonista.

(È sempre questione di) natura e cultura. Leggendario è però che cosa cantino davvero le sirene, un quesito che non ha risposta dato che, chi le ha udite, è rimasto sulla loro isola, senza preoccuparsi di cibo e acqua, e lì ha trovato la morte (una morte che per l’uomo della polis è assurda e terribile, senza motivo e senza esequie). Il canto delle sirene è “selvaggio” -da intendersi non codificato dalla cultura dominante, attraverso i canoni della civiltà- come selvaggia era la danza delle ninfe: si tratta di un vero scontro tra le norme culturali e l’improvvisazione animale che segue l’istinto primitivo di cui l’uomo greco civilizzato aveva massimo orrore.
I più famosi sfidanti delle sirene classiche sono Ulisse e Orfeo: il primo le vince con lo stratagemma della cera e delle corde, il secondo riesce a sovrastarne il canto grazie al suono del suo strumento… Nello scontro, dove una delle due parti deve predominare sull’altra, verrebbe da pensare che le sirene siano quella Natura primordiale che sta e non necessita dell’Umano (e che, a pensarci, pacifiche sulla loro isola, non sembrano particolarmente interessate a mettersi in contatto con gli uomini), mentre gli eroi culturali che le vincono sono in tutto e per tutto gli Homo sapiens che aggrediscono, aggiogano e ritengono di aver vinto le forze selvagge della Terra.
Ma a discapito di chi, che vittoria si può ottenere sulle sirene se l’unico modo per scampare è ignorare o sovrastare il loro canto? Ulisse e Orfeo fanno sì ritorno a casa, ma chi può dire se gli uomini morti per il canto delle sirene non fossero deceduti felici, consapevoli della Verità udita e dell’ineluttabilità della sorte umana?
Il paradosso insinuato nelle righe dell’Odissea e delle Argonautiche è proprio questo: non sapremo mai la verità, perché gli unici che hanno incontrato le sirene e possono dire di averlo fatto, quel canto mitico e primigenio non l’hanno in realtà udito. Forse la lezione è che l’essere umano, privilegiando su tutti la vista (stiamo in postura eretta anche per questo) ha perso la capacità di interpretare il mondo attraverso gli altri sensi? Un paleoantropologo sarebbe assolutamente d’accordo: ci siamo evoluti così, ma chissà quante e quali altre forme di umanità saremmo se avessimo respinto il fascino della vista per, in questo caso, accogliere quello dell’orecchio.