La swan maiden, figura tipica del folclore germanico nota come Schwanjungfrau, ci porta ad affrontare un topos già incontrato qui, quello della sposa fatata (dove, per inciso, l’elemento magico della donna è la capacità di mutare in animale, cosa che la rende, a tutti gli effetti un’esponente del popolo fatato). Mélusine, donna mezzo-serpente/drago/anguilla è la più celebre e forse, unica ad aver fatto riecheggiare il suo nome fino a noi, e lo deve al suo ruolo indomito nella vicenda: le fanciulle cigno, così come le colleghe foche, vengono spesso catturate perché colte in un momento di debolezza. Le selkies vengono derubate della loro magica pelliccia mentre danzano al chiaro di luna sulla spiaggia… le swan maidens quando sono intente a fare il bagno in una fonte nel bosco. Chi desidera sposare una di queste giovani deve semplicemente rubarne il mantello piumato e la proprietaria, incapace di ritrasformarsi in cigno, sarà allora costretta a seguire il futuro marito.
L’eccezione che conferma la regola. A costo di fare una digressione inutile ai fini del racconto, ma essenziale se si pensa a come vanno le cose nel mondo, al giovanotto che volesse cercare una sposa fatata consiglierei soprattutto di fare attenzione al di lei atteggiamento: facile rubare una veste magica mentre si è distratte e liete con le amiche (molto poco onesto e -in più- facciamoci due domande su cos’hanno imparato le generazioni passate di ragazze sul ballare di notte in spiaggia o bagnarsi alle fonti)… ma occhio a non incappare in una melusina qualsiasi.
Mélusine è una di quelle fate che non sono tante gradite ai narratori (maschi) di fiabe e ti spiego subito il perché. L’eroe -poiché il suo sposo è un nobile- non coglie Melusina in un momento di disattenzione: lei si fa precisamente trovare a fare il bagno in una sorgente, consapevole della sua bellezza sovrannaturale e del dono che sta per fare all’umano che s’imbatte in lei (insieme i due daranno vita alla stirpe francese dei Lusignano, quindi la fata forse conosce cose che sono all’oscuro del cavaliere). Melusina sceglie consapevolmente di essere la sposa fatata… e quando l’umano verrà meno alla fedeltà, non sessuale ma poco importa, per lui saranno proverbiali ca**i.
Scelte difficili, sopravvivenza e crescita. L’epilogo è comunque lo stesso, già spoilerato nell’articolo sulla selkie, che copio-incollo qui: “Sappiamo già che, mentre la selkie rispetta l’accordo con il pescatore, lui fa quello che gli umani fanno spesso, ovvero tradisce la fiducia di lei. Insomma, l’uomo solitario preferisce veder morire la sua guaritrice piuttosto che farsi cura di se stesso”. Anche qui lo sposo nasconde o distrugge le ali di cigno, rendendo impossibile alla swan maiden di tornare a vivere la vita di prima (Melusina chiede invece di rispettare un divieto che puntualmente verrà infranto). Per queste figure femminili c’è un chiaro prima e dopo. Prima dell’incontro con l’umano è un’infanzia spensierata nei luoghi natali, dopo una convivenza non sempre infelice, ma purtroppo sempre negoziata. E che ha come conseguenza la fuga della sposa. È uno strepitoso affresco sulla libertà di essere se stessi all’interno dei rapporti -al di là del matrimonio, della coppia e dei ruoli uomo-donna- che dovrebbe essere sempre garantita: se un* prevarica l’altr* non restano che la morte o la fuga. Dunque la leggenda della Sposa fatata è per me innanzitutto una storia di scelte difficili, sopravvivenza e crescita. A riprova di ciò, la leggenda germanica medievale di Swanhilde racconta come quest’ultima fosse figlia di una mortale e di un re delle fate (il topos è uguale ma a ruoli invertiti: il re chiede alla sposa di non interrogarlo mai sulle sue origini, ma lei lo fa ugualmente e lui scompare).
Secondo alcuni studi, la partenza della sposa fatata -specialmente quando abbandona i figli per non portarli con sé- è l’equivalente di un viaggio nell’Aldilà, quindi l’epilogo sarebbe: gli spiriti magici non possono sopravvivere nella comunità umana (un po’ come quando si trova un uccellino caduto dal nido che, per quanta cura gli si offra, difficilmente vive in cattività).
Favola paleolitica. Il tema della Moglie magica è diffusissimo in tutto il mondo, prova di un’antichità che risale probabilmente a svariati millenni fa, e vede molte varianti: non solo cigni o altri uccelli acquatici (gru, oche e aironi) ma anche uccelli in generale, animali vari, fino ad arrivare a ninfe e fate.
Nella mitologia germanica alcune valchirie possedevano una tunica di ali di cigno con cui potevano assumerne l’aspetto; mentre nel repertorio celtico le fanciulle che si trasformano in cigno sono poche -anche se una di esse è Étaín, che avevamo già conosciuto per le sue doti di mutaforma- ma è giudizio unanime che l’aspetto di quest’animale sia tra i prediletti dalle dee per manifestarsi agli umani.
Innumerevoli studi hanno tentato di definire l’origine (nel tempo e nei luoghi) della leggenda: incrociando i risultati di differenti approcci oggi si ritiene che le prime storie sulla sposa fatata siano state raccontate addirittura nel Paleolitico! Mentre la versione dell’unione con una donna uccello sembra essersi originata in Asia, la variante europea più antica avrebbe per protagonista una donna bisonte.
Una sposa complicata. Ma perché questa fregola di sposare una creatura fatata se è una roba che porta così tanti problemi?
Su questo punto, le leggende valdesi (quelle che conosco meglio perché ci sono cresciuta) sono molto categoriche: c’è sempre qualche madre che saggiamente non approva la cotta del figlio per qualche bella fantina. Certamente, e Mélusine insegna, l’unione con una fata porta prosperità e abbondanza alla coppia e alla prole che sarà sempre mezzo sangue.
L’importanza che la swan maiden ha acquisito nell’area germanica e nel nord dell’Europa ha fatto puntare l’attenzione sul ruolo migratorio dei cigni e sulla loro presenza/assenza: il furto del mantello sarebbe da leggersi come un rituale in cui i giovani cercavano una moglie nel breve periodo in cui si potevano tenere le cerimonie nuziali (verosimilmente in primavera, quando gli uccelli migrano in quelle terre). E secondo questa lettura la spogliazione della veste di piume, che potrebbe ricordare la muta che gli uccelli fanno, sarebbe l’eco di un elemento sciamanico e magari esotico, un’usanza che le mogli straniere portavano nella comunità d’adozione. Non dimentichiamo che l’indumento che permette di volare ha rimandi di credenze sciamaniche ancora nelle favole di magia europee.
La sposa fatata non era dunque una sposa qualsiasi: sceglierla richiedeva un atto di forza e in seguito era richiesto di adeguarsi a una vita insolita, fino alla fine del matrimonio che avveniva prematuramente con la sua sparizione.
La morale della storia. Chissà se un’unione iniziata senza l’atto violento del furto dell’oggetto magico avrebbe portato alle stesse tristi conseguenze? Ho come il sospetto che l’insegnamento sia approcciarsi all’Altro con rispetto e cura, anziché malevolmente e con l’obiettivo di nuocere. Come già detto per la selkie, mi piace però pensare anche che queste vicende siano le uniche sopravvissute per merito di un certo gusto tragico dei divulgatori di antiche storie… sarebbe stato noioso per un pubblico borghese (in cui l’ideale era ed è la famiglia unita ad ogni costo) rivivere leggende in cui l’eroe, dopo anni vissuti ad apprendere conoscenze non umane, ad un certo punto avesse concesso alla moglie di seguire la propria strada. Chissà quante selkies e swan maidens sono riaffiorate della dimensione magica per salutare con gratitudine il loro sposo e dare un bacio, fosse con baffi o becco, alla prole… bimbi e bimbe che unicamente conoscono il segreto della loro mamma, del loro papà e delle creature fatate. È un segreto che, se leggiamo tra le righe, sentiamo venire dolcemente fino a noi.
Per approfondire.
Scopri la storia di Mélusine.
Chi sono le fantine, le fate del folclore valdese.
Un’unione umano/animale è raccontata anche per l’orso.