“Orso, mezzo umano” era il titolo a cui avevo pensato inizialmente ed era anche il concetto che volevo guidasse la realizzazione della Madamina Berserkr. Ma ho era un titolo problematico perché “mezzo” rinvia a qualcosa che non è completo, è già giudicante rispetto a una presunta “pienezza” umana. Spero di aver trovato un’espressione che esprima lo sfumare dell’un* nell’altr*.
Questa bambola è una Berserkr gentile, l’origine del nome richiama l’usanza di indossare la pelle dell’orso, ma in questo caso (mi pare evidente!) non si tratta di una sanguinaria guerriera… nelle righe sotto ti spiego il flusso di pensiero che mi ha portato a certe scelte per la sua realizzazione e sul canale Youtube puoi vedere le varie fasi di confezionamento. Il tema dell’orso è tratto dalle letture del Babacio Bookclub, seguici per scoprire quali saranno i prossimi babaci!
La narrazione della storia umana pone presto l’accento sulla lotta e sulla sopraffazione (anche perché siamo figli di una disciplina, la preistoria, che ha spesso privilegiato i ritrovamenti di armi piuttosto che altri oggetti, ugualmente significativi, ma meno scenici): la storia ufficiale della nostra specie è una sequenza di scontri.
L’incontro/scontro con l’orso non dovrebbe avere vincitori né sconfitti, ma dovrebbe parlare di un viaggio di trasformazione. Calato in un contesto epico, dà vita all’immagine del guerriero che testimonia la sua forza abbattendo un orso, questo è il Berserkr, leggendario guerriero di Odino, che consumava sangue e carne d’orso e ne vestiva la pelle per acquisire tutto il vigore fisico dell’animale. Le pratiche d’impronta sciamanica sono rimaste: i guerrieri compivano una simbolica trasformazione in animale, sorta di orsi mannari propri del mondo nordico e germanico, celebri per la loro brutalità. E se ci si fossero mutati in orso per un motivo meno cruento?
Se volessimo ragionare per opposti, dividendo il foglio in due, nella sezione Umanità potremmo inserire i concetti di comunità, di assenza di pelo e necessità di abiti, di “civiltà” da contrapporre alla sezione Animalità/selvaggio dell’orso (dove mettiamo la pelliccia, le abitudini solitarie, anche e soprattutto distanti da noi quando riguardano la maternità, in una parola “natura”).
I concetti di civiltà e natura sono pensati, creati e agiti dall’essere umano e non esistono nella realtà condivisa con tutti gli altri esseri che formano il pianeta Terra. E non tengono conto, per esempio in questo specifico caso, del punto di vista dell’orso. Ma usiamoli convenzionalmente per praticità.
Se tentassimo di cancellare la linea che divide in due il foglio, per far avvicinare e dialogare le sezioni Umanità e Animalità/selvaggio ci ritroveremmo in mezzo al Caos (nel suo significato etimologico di apertura, abisso spalancato, vuoto non assoluto, ma materia grezza primordiale): quel momento ancestrale in cui l’umano e l’orso non erano ancora separati e diversi, un tempo mitico che rimettiamo in scena spesso -per esempio, durante il Carnevale. È proprio quando il confine tra umano e bestia sfuma che l’orso diventa il perfetto intermediario tra le due parti (e forse per questo motivo in molti dei carnevali tradizionali la maschera principale è questo animale).
Nei Carnevali alpini, in Piemonte ad esempio, la maschera dell’orso è realizzata con elementi naturali come pelli animali, piume, ricci di castagna, segale e altre componenti vegetali. Questo in aperta dicotomia con gli indumenti delle persone umane che sono sempre frutto della lavorazione manuale (che si tratti di abiti intessuti o ricamati, di gioielli e accessori o di acconciature). Nella maschera carnevalesca dell’orso, l’unico elemento a non naturale sono gli accessori metallici, campanacci e sonagli per riprodurre il tipico frastuono del disordine, lontane sostanze naturali che l’uomo ha saputo trasformare in altro. E che qui, spesso, rappresentano ciò che inchioda l’orso selvatico, per un momento più o meno lungo, nell’Umanità. È in quel momento (kairos) in cui l’Umanità riesce a trattenere in sé l’Animalità, che l’incontro/scontro, o la sfumatura tra i due mondi, può avvenire.
Parlare del Carnevale e della maschera dell’orso ci ricorda che questo animale segnava le fasi calendariali quando il computo del tempo era prerogativa degli eruditi (= gli uomini di Chiesa): quando in casa non si teneva ancora il calendario come lo conosciamo noi oggi, il calendario del popolo era -anche- l’orso.
Segnava, con le sue abitudini, il cambio stagionale: l’inverno iniziava davvero quando l’orso scompariva sotto terra per sfuggire al freddo; e finiva quando riemergeva dal letargo. Questa connessione con la stagione fredda è tale che perfino una figura straordinaria come re Artù, che porta l’orso nel nome tramite la radice indoeuropea art-, è “vivo” solo fin tanto che lo è il suo doppio animale: Artù nasce alla Candelora e muore l’11 novembre, le date che simbolicamente segnano il letargo dell’orso nella leggenda. L’11 novembre è San Martino (si veda che la particella art- è presente anche qui), giorno in cui avvenne il funerale del santo, figura che ricorda per molti aspetti lo spirito vegetativo che stagionalmente muore, in chiusura di quei Dodici giorni d’autunno che rappresentavano l’antico capodanno agricolo delle zone continentali d’Europa.
Se santi, re, guerrieri portavano l’orso nel loro nome per immedesimarcisi… la primavera segnava invece il passo di figure femminili divine e, se non sono attestati dei precristiani prettamente ursini, con le dee è un’altra storia. Se, come c’informa Michel Pastoureau, presso le popolazioni tradizionalmente animiste, il carattere divino dell’orso imponeva il divieto di nominarlo in modo esplicito, altrove non mancano dee che s’identificano con questo animale.
Le dee stagionali che incarnano l’arrivo del bel tempo (Brigit per la tradizione celtica e Iuno per quella romana, a cui sono dedicate le festività di Imbolc/Candelora e il mese febbraio) anticipano le celebrazioni primaverili oggi confluite nella Pasqua. Ma è proprio nel mese di febbraio che le orse partoriscono i propri cuccioli e, la dea per eccellenza associata al parto, è Artemide che porta anch’essa l’orso nel nome (nonostante non vi sia unanimità su tale derivazione) e i cui miti coinvolgono spesso l’animale.
È proprio Artemide che, simbolicamente porta l’orso in cielo anche nel nostro continente: se l’orso è un animale presente nei miti di tutte le popolazioni della sfera settentrionale del globo, il suo ruolo è rimasto probabilmente più simile al passato presso i Nativi del Nord America. Si tratta del topos letterario, tronco in Europa, dell’unione tra un’umana e un orso. Se la versione europea si concentra sul frutto dell’unione e sul carattere speciale della creatura che ne scaturisce, nel mito nativo il focus è sulle parti che si uniscono, prima e dopo. La donna che sposò l’orso, come ci ricorda Matteoni, è la storia di un’umana che valica i confini dei due mondi (Umanità e Animalità), scoprendo la doppia natura del suo compagno, umana o ursina, non unica né prestabilita, fissa… mutevole non al suo volere, ma a seconda di come viene guardato. L’orso che è talvolta umano e talaltra animale è in realtà una creatura sciamanica, che muta forma a seconda di chi interagisce con lui. L’orso-sciamano renderà possibile alla sua sposa umana l’acquisizione di questa capacità (non glielo insegnerà, sarà la vita insieme a renderlo possibile): un dono che l’Umanità saprà sfruttare?
La donna che sposò l’orso è la storia dell’apprendimento a valicare i confini tra i due mondi. È una storia di cui conserviamo solo i fatti principali, ma non mi sembra troppo distante dalla vicenda che Nastassja Martin narra in “Credere allo spirito selvaggio”. Il kairos porta nella vita dell’autrice l’orso, in un incontro/scontro che non si può definire diversamente: l’orso attacca e l’umana si difende, del sangue viene versato, c’è uno scambio di sé tra i due. C’è ora una componente di orso nella donna, la cui vita non potrà più essere la stessa, l’umana nasce di nuovo e nasce diversa, nasce medka, ovvero metà e metà.
Se non possiamo sapere cosa accade nell’Altro (in questo caso l’orso) quando avviene un simile incontro/scontro, ma abbiamo contezza solo di ciò che muta dentro di noi… possiamo domandarci, in definitiva, se l’incontro/scontro non sia in realtà con noi stess*?
Per approfondire:
Tutti i titoli citati sono nel roster del Babacio Bookclub ’26 (e li trovi cliccando QUI).
Per una panoramica sul rapporto umano-orso nei primordi puoi leggere L’orso, il vero re della foresta.
Per saperne di più sul legame tra Artemide e l’orsa, leggi Di ninfe, orse e Artemide.
L’orso come animale calendariale è stato affrontato in Imbolc, l’annuncio di primavera.
Per una breve analisi della maschera, c’è Gli orsi del Carnevale alpino.
E, più in generale, Le mascherate animali.
