Solitamente negli idiomi indoeuropei gli alberi hanno dei nomi femminili, in parte perché venivano percepiti come entità femminili in grado di produrre frutti, ma anche perché l’albero veniva ritenuto un essere ospitante una divinità femminile, ovvero una ninfa. Questo è particolarmente rilevante se si osservano i rituali greci e romani che interessano gli alberi e il culto delle ninfe (divinità arcaiche della crescita di tutti gli esseri viventi, personificazione delle forze naturali che le presiedono, che di solito trovano la loro dimensione narrativa nella metamorfosi in piante). La religione popolare greca venerava, fin dall’antichità, le ninfe dell’acqua, delle montagne o dei campi, alle quali si aggiungono, dopo Omero, le amadriadi, ninfe degli alberi che nascono e muoiono con essi. Queste divinità femminili arboree sono legate ai riti di passaggio che scandiscono le diverse fasi della vita delle giovani donne: dall’infanzia alla pubertà, dalla verginità al matrimonio, dalla condizione di giovane moglie a quella di madre.

Essenza femminile. Il tema della trasformazione in pianta è affrontata abbondantemente nelle Metamorfosi di Ovidio, da cui si può immaginare la presenza di una ninfa in ogni vegetale a partire dall’avvertimento di Driope (personaggio su cui torniamo più sotto, diversa dalla madre di Pan) al figlio:
Stagna tamen timeat nec carpat ab arbore flores
et frutices omnes corpus putet esse deorum.

(Più o meno: devi temere gli stagni né cogliere i fiori dall’albero e ricorda che ogni arbusto è corpo degli dei.)
Non una vergine, ma una madre col figlioletto al seno, cogliendo un fiore di loto inavvertitamente causa la morte della ninfa che abitava la pianta acquatica, così trasformatasi per sfuggire all’assiduità di Priapo: gocce di sangue cadono dai suoi fiori e un brivido attraversa i rami feriti. Driope viene punita per l’uccisione di Lotis (la sua non è una metamorfosi voluta, non è una vergine in fuga dalla sessualità, ma una madre) venendo mutata in pioppo. Che fosse soltanto un espediente narrativo o un retaggio culturale, possiamo desumere l’esistenza di figure mitologiche chiamate amadriadi e la loro doppia connessione con il vegetale e il femminile anche dal più celebre esempio che narra della quercia tagliata da Erisittione, ospitante una ninfa: l’albero geme sotto l’ascia, foglie e ghiande impallidiscono mentre il tronco sanguina, e la driade lancia la sua maledizione (“Io sono, sotto questo bosco che mi nasconde, una ninfa molto cara a Cerere”). Si tratterebbe di un rimaneggiamento da parte di Ovidio di materiale più antico dove egli sostituisce al pioppo originale, l’emblematica quercia romana di cui uno dei nomi greci richiama il nome Driade.

Ai limiti dell’identità. Gli alberi della Metamorfosi quindi presentati come esseri animati da essenze femminili, di solito ninfe. La mutazione in albero sospende la normale successione delle fasi della vita della donna e la congela nella condizione in cui si trovava al momento della trasformazione, non è riflesso né compimento del femminile. La vergine da sposare, la nutrice o la donna in lutto, vedremo, si comportano secondo le consuetudini del contesto greco-romano, ma la loro metamorfosi le rende statiche in una situazione che normalmente sarebbe transitoria. Dafne è la vergine in età da matrimonio che, perseguitata dal desiderio di Apollo, gli sfugge trasformandosi in albero: la vicenda giustifica l’uso del profetico alloro nel culto di Apollo (secondo le parole del dio: “Poiché non puoi essere la mia sposa, almeno sarai il mio albero”). Il corpo della ragazza che rifiuta il matrimonio e la sessualità è qui totalmente sostituito dall’albero. Anche gli atteggiamenti culturali femminili attesi in un contesto greco-romano, possono riguardare le metamorfosi in alberi: le Eliadi, ninfe sorelle di Fetonte ucciso da Zeus, sono cristallizzate nell’immobilità del loro lutto che si traduce nel racconto della metamorfosi in pioppi e del loro produrre lacrime d’ambra. Mirra è un altro personaggio che vede le sue lacrime trasformate in un bene prezioso, la mirra appunto. Assieme a Driope, una incinta e l’altra in allattamento, sono accompagnate nella leggenda dai frutti della loro maternità, impersonando quella fertilità rilevata nell’origine del genere femminile dei nomi arborei.

Alberi e storia. Da un lato perciò i racconti antichi ci aiutano a capire il rapporto tra gli umani e una particolare specie: masticare alloro portava a uno stato alterato in cui si poteva divinare e quindi ecco connetterlo al dio oracolare Apollo; ugualmente il suono del flauto poteva essere usato in stato di trance e la sua origine si fa risalire allora alla metamorfosi della ninfa Siringa in canna, con cui Pan costruì l’omonimo strumento. D’altro canto, possono testimoniare un cambiamento nelle credenze del popolo e sarebbe questo il caso della controversa, e già citata, leggenda di Driope: esistono vari personaggi che portano questo nome e le loro vicende sono tutte diverse. La prima ninfa è la madre del dio Pan, la seconda quella delle Metamorfosi citata e una terza è protagonista di un mito che la vede violentata da Apollo e poi mutata in pioppo… In antico Driope, il cui nome avrebbe avuto nella radice il termine per la quercia perché divinità legata a questo albero, sarebbe poi diventata una ninfa-pioppo con l’imposizione del culto di Apollo, il cui albero sacro era il pioppo appunto, nel luogo d’origine della storia. Che Apollo, dio solare per eccellenza importato nell’Antica Europa dai nomadi indoeuropei, sia antagonista di così tante vicende riguardanti le ninfe, arcaiche divinità femminili locali, non deve sorprendere: fa parte della transizione dal sistema religioso della Dea a quello degli dei maschili con a capo Zeus.