La selkie è una creatura magica del folclore delle terre del Nord ovest europeo bagnate dal mare (Scozia, Irlanda, Islanda): si tratta di esseri, spessissimo femminili, che hanno la capacità di assumere forma umana o di foca in caso ne indossino la pelliccia. La leggenda vuole che le fanciulle foca si radunino di notte sulle spiagge, si spoglino del loro manto e, con sembianze umane, danzino leggiadre fino al sorgere del sole. Prima che giorno sia fatto, si sono già rivestite e hanno preso la via del mare, dove è impossibile distinguerle dalle altre foche. In tutto il folclore europeo vivere accanto a una creatura simile porta abbondanza e buona sorte, ma quasi sempre non si tratta di un rapporto semplice…
Stringere un patto con la selkie. Il topos leggendario più diffuso vede un pescatore solitario che, rientrando tardi dalla pesca, scorge le selkie ballare sulla spiaggia. Rapito dallo spettacolo presto si accorge che non sono semplici ragazze poiché, indossando le pellicce gettate sugli scogli, prendono la forma di foche e scivolano veloci tra i flutti. Con un gesto rapido e inaspettato l’uomo ruba uno dei soffici mantelli e attende il faccia a faccia con la proprietaria, impossibilitata a raggiungere le compagne nel suo aspetto umano. I due stringono allora un patto: il pescatore s’impegna a restituire il mantello alla selkie se lei accetterà di condividere parte della vita con lui; scaduto il lasso di tempo concordato tra i due, lei riavrà la sua pelliccia e potrà tornare alla vita marina.
Triste epilogo. A questo punto, le leggende si differenziano per tempistiche e situazioni, ma quasi sempre la coppia trascorre la vita in armonia, spesso nasce almeno un figlio ma sempre la selkie sa, come lo sa il suo sposo, che un giorno dovrà tornare in mare. E spesso il pescatore non è disposto a rinunciare alla sua compagna, tenendole nascosto il mantello, fino a quando succede l’irreparabile: la fanciulla foca lo trova, o viene trovato e consegnatole dai figli, lo indossa e si tuffa nel mare per non tornare mai più. Ai nostri occhi moderni, certo, pare una storia alquanto triste -soprattutto per i bambini abbandonati dalla madre- e c’è chi ha letto in questa leggenda una sorta di spiegazione per lo sguardo malinconico e lacrimevole tipico delle foche quando sono fuori dall’acqua.
Certamente è una storia che presenta moltissimi spunti di riflessione…
La selkie e il nostro bookclub. Ho iniziato a conoscere meglio la figura della fanciulla foca grazie al film d’animazione “La canzone del mare” (proposto per questo mese) che vede protagonisti un bambino e la sorellina, in realtà una selkie. Ho poi ritrovato questa creatura nel libro guida del Babacio Bookclub ’26 “Animali, custodi di storie” di Francesca Matteoni:
“Chi ci guarda dal freddo mare? Cosa saremmo state se avessimo voltato le spalle alla posizione eretta, alla riva fangosa e, discese nei fiumi, fossimo rientrate nelle grandi acque?”
Matteoni stessa cita poi Clarissa Pinkola Estés, autrice di “Donne che corrono coi lupi” (lettura proposta per il mese di maggio), e dell’analisi che quest’ultima fa del mito della selkie. Secondo Pinkola Estés, che indaga le storie antiche con gli strumenti dell’analisi psicologica, quello delle donne foca è un racconto sull’inevitabile ritorno a casa che la nostra anima deve intraprendere dopo essersi donata agli altri. L’esempio più semplice, che è anche quello della leggenda, è la madre che dona tutta se stessa per mettere al mondo e crescere i figli ma che, a un certo punto, deve anche necessariamente ritrovarsi per non svanire completamente nelle esistenze degli altri. Ne “La canzone del mare” é rappresentato bene: una selkie che sta troppo lontana dal mare, simboleggiato dal suo mantello, non può sopravvivere ma è destinata a deperire lentamente e spegnersi fino a morire.
Solo un amore tragico? Ho apprezzato molto, nel film d’animazione, il rapporto che cambia tra i due figli della selkie: orfani della madre fin da piccoli, il maggiore Ben incolpa la sorellina Saorsie [pron. Sirscia] di essere la causa del loro abbandono (in realtà, tornare in mare è l’unico modo che una selkie ha di non morire). Oltre all’aspetto emotivo e al viaggio di crescita dei due bambini, mi sembra che il cartone centri quello che -secondo me- è un altro punto di vista sulla leggenda.
Insomma, lo storytelling della selkie è sempre più o meno: lui, lei e un amore tragico. Fine. Fine? E se invece fosse l’inizio di tutto? Ci si concentra sempre su che fine fa lei, come sarà la sua vita in fondo al mare, che ogni notte ricompare a pelo d’acqua per controllare che i figli crescano in salute, con lo sguardo triste della madre addolorata… ma il focus su cui dovremmo puntare è la trasformazione di lui. Pinkola Estés mette l’accento sul ruolo di guaritrice della donna foca: lei viene per curare l’uomo solitario, ma siamo d’accordo che una cura -come ogni buona terapia- non può durare per sempre. Nella storia s’innesca allora il ricatto: se lei parte, lui muore. Il mantello è da qualche parte nella casa del pescatore, accessibile in ogni momento se solo la selkie lo cercasse bene (o distruggesse il baule chiuso a chiave che lo contiene); invece la selkie non tenta di riprendersi la pelliccia, perché sta ai patti e andrà via quando l’uomo sarà pronto a lasciarla partire.
Chissà come apparirebbe questa vicenda se ci fosse stata tramandata solo da parole femminili.
Una prova non superata. Forse. Sappiamo già che, mentre la selkie rispetta l’accordo con il pescatore, lui fa quello che gli umani fanno spesso, ovvero tradisce la fiducia di lei. Insomma, l’uomo solitario preferisce veder morire la sua guaritrice piuttosto che farsi cura di se stesso. Eppure lei, un antidoto alla solitudine, glielo ha procurato: sono i loro figli.
In tutte le storie di selkie, o creature affini, mi sembra sempre che la figura fatata rappresenti un mondo altro rispetto al nostro (= umano) che vuole mettersi in relazione con noi. A volte funziona, le leggende per lo più ce lo raccontano quando qualcosa va storto: la selkie inizia l’uomo ai misteri del mare e lui, dopo averla trattenuta per un certo tempo, può/deve lasciarla andare. Il pescatore non lo fa, la mediazione tra i due mondi non avviene, crea attriti e dolore. Finché i veri medium, non agiscono: i figli, reale prodotto dell’unione di due mondi, compiono l’iniziazione mancata del padre, restituendo alla madre il suo potere (= il mantello) e guadagnando così la capacità di nuotare negli abissi, cantare le canzoni del mare e ricordare tutte le creature magiche del mondo.
Il figlio o figlia della selkie e dell’umano -che potrebbe anche essere il simbolo di una nuova vita, non necessariamente un bambin* fisic*- è il vero frutto di quell’unione: capace di vivere entrambi i mondi, esiste qui con gli occhi di quelli là.
“Addenta prede e relitti di creature inimmaginabili, poiché nell’oceano risiede il passato di ogni specie, e la sua dimenticanza. Canti che sfioriscono se toccano la spuma.” F. Matteoni