Speciale Pralibro: sirene&tritoni
Ciao!
Come piccoli naufraghi e naufraghe siete giunti su questa pagina perché avete tra le mani una coda di sirena o tritone?
Benissimo! Se vi serve ancora un po’ d’aiuto -o qualche idea per personalizzare il vostro lavoro- ecco qualche spunto!

Innanzitutto, un accenno ai materiali.
Quando ho comiciato a pensare a questo progetto, ho immaginato che il colore dominante potesse essere il blu; quindi mi è venuto in mente che sarebbe stata una buona idea utilizzare il denim.
Il denim, noto anche come blue jeans (perché originario dell’antica Genova, città affacciata… sul mare!), è un tessuto molto impattante a livello ambientale: per produrlo bisogna consumare molta acqua e questo lo rende, da un certo punto di vista, piuttosto prezioso!
Negli anni, mi sono stati affidati molti tessuti perché potessi dare loro una seconda vita e questa mi è sembrata un’occasione più che adatta!
Inoltre, per ogni segnalibro, vi ho lasciato anche una piccola conchiglia: ricordate che raccoglierle purtroppo sulle nostre spiagge non è più possibile (Codice della Navigazione, art. 1162), ma questo non c’impedisce di utilizzare tutte quelle che abbiamo accumulato nel tempo! Se non le avete raccolte naturalmente forate, potete praticare un buco con un micro trapano.

Il vostro segnalibro è un lavoro che potete continuare e aggiornare nel tempo, ricordate solo di applicare materiali spessi (perline, vetrini del mare) nella zona alta della coda, che sbucherà fuori dal libro… in questo modo le pagine non si rovineranno!
A questo proposito vi suggerisco di decorare la parte inferiore del segnalibro con la pittura… tempera o acrilico andranno benissimo!
Guarda questo breve video per altre idee e per un recap di come si confeziona il segnalibro: puoi riportare la sagoma e fare tanti altri oggetti simili, realizzando anche spille e toppe per i vestiti!

Se invece vuoi scoprire altre storie a tema sirenico, eccone due scelte e adattate per noi da Lucia Graziano, autrice di Una penna spuntata, che ha curato la parte divulgativa del laboratorio a Pralibro!
Qui l’inizio delle storie, ma per leggerle e ri-leggerle tutte le volte si vuole, scaricale tramite questo pdf.
Fortunio e la sirena da Le piacevoli notti di Giovanni Francesco Straparola (1550).
Tanto tempo fa, vicino alle montagne della Lombardia, viveva un giovane chiamato Fortunio. Un giorno, decise che la casa paterna gli stava stretta: prese il suo fagotto e partì per cercare fortuna
e camminò per valli e per montagne, attraversando boschi selvaggi e luoghi aspri, finché, una mattina, si fermò a riposare in una radura.
Gli ci volle poco per rendersi conto che poco più in là stava avendo luogo una scena curiosa: un’aquila e una formica stavano litigando furiosamente sopra un pezzo di carne da mangiare –
ciascuna pretendeva la parte migliore e nessuna era disposta a cedere. Dopo urla e svolazzi, le due contendenti decisero di affidare la questione a un arbitro: e quale miglior candidato del
giovanotto che appena arrivato? Fortunio avrebbe deciso come dividere la preda, e loro si sarebbero impegnate a rispettare la sentenza.
Fortunio accettò di buon grado e, considerando la natura di ciascun animale, pronunciò il verdetto: all’aquila, grande e famelica, lasciò la carne; alla formica, piccina, concesse il grasso, più morbido
e facile da trasportare.
La decisione accontentò le due litiganti: e in segno di gratitudine — perché, dissero, l’ingratitudine è il peggiore dei vizi — ognuna volle ricompensare il giovane con un dono speciale. L’aquila disse: «Fratello, ti do questa virtù: quando vorrai volare, basterà che tu dica “Vorrei essere un’aquila!”, e subito ti trasformerai. E, quando ti piacerà, tornerai uomo». La formica gli fece un dono identico: bastava pronunciare “Vorrei essere una formica” per diventare minuscolo e ritornare poi com’era. Fortunio ringraziò e riprese il viaggio.
Cammina e cammina, arrivò in Polonia, un regno nobile e popoloso governato da re Odescalco. Il sovrano aveva una figlia, Doralice, che era in età da marito; e il re aveva annunciato che l’avrebbe
data in sposa al vincitore di un grande torneo che era stato appena bandito. Principi, duchi e marchesi erano accorsi da ogni parte; dopo il primo giorno di giostra in testa alla classifica c’era un
bifolco dall’aspetto ripugnante: maleducato, deforme e sporco. Doralice, che seguiva il torneo dalla finestra, sentiva il cuore stringersi: meglio la morte che sposare quell’uomo!
Quando Fortunio giunse in città, interpellò la folla, sentì del torneo e vide la principessa affacciata alla finestra, così bella e così triste, immediatamente capì di voler partecipare alla gara.
Quella notte, mentre Doralice si ritirava nella sua stanza, Fortunio disse: «ah, vorrei proprio essere un’aquila…», e subito le sue spalle sentirono il vento sotto le ali. Volò fino alla finestra aperta di
Doralice, entrò e tornò uomo. La principessa si spaventò e gridò: il re suo padre, che era vicino, accorse allarmato, ma Fortunio si era già trasformato in formica e si era nascosto tra le trecce bionde della ragazza, sicché Odescalco non vide nessuno.
Quando i due ragazzi rimasero soli, Fortunio tornò uomo e parlò a Doralice a bassa voce. Non era lì per farle del male, ma per esserle amico e servitore: e, con parole dolci e garbate, vinse poco a
poco la paura di lei.
Parlarono a lungo. Doralice, pensando al bruto che dominava il torneo, si sfogò con lui pensando al suo destino. Fortunio le confidò che era certo che avrebbe vinto, se avesse potuto partecipare alla gara, e lei gli rispose che in quel caso sarebbe stata ben felice di sposarlo. Gli diede denaro e gioielli per comprare tutto ciò che serviva per prendere parte al torneo, e il mattino seguente,
Fortunio si presentò in piazza con un’armatura scintillante. Alla prima lancia abbatté il bruto che era in testa alla classifica, e poi sconfisse tutti gli altri che si presentarono via via. Allora smontò da
cavallo e fu proclamato vincitore, tra trombe, tamburi e applausi che parevano salire fino al cielo: il re, compiaciuto, fece chiamare Doralice, e davanti a tutto il popolo gliela diede in sposa. Seguì un
mese intero di feste e banchetti.
Passò qualche tempo. Fortunio, pur felice con la moglie, non era tipo da restare in ozio, e decise di partire per far conoscere il proprio valore altrove. Il suocero gli diede tesori, un vascello e la sua benedizione: e allora, Fortunio salpò e giunse nell’Atlantico.
Lì accadde l’imprevisto: una sirena enorme si avvicinò al vascello e cantò una melodia irresistibile. Fortunio, che con imprudenza si era affacciato per ascoltare meglio, si addormentò al suono di
quella bellissima ninnananna: la creatura allora lo afferrò e lo inghiottì, sparendo tra le onde. I marinai, impotenti, si vestirono a lutto e tornarono in Polonia a portare la notizia a re Odescalco e a
Doralice. Tutta la città pianse, e la principessa ancor di più, perché proprio in quei giorni aveva scoperto d’aspettare un bimbo, e si struggeva al pensiero di quel figliolo che sarebbe nato senza padre.
Nove mesi dopo, giunse il momento del parto, Doralice diede alla luce un bellissimo bambino e lo allevò con amore, ma quando il piccino aveva due anni, incapace di rassegnarsi alla perdita del
marito, decise di tentare il tutto per tutto. Armò un vascello, prese con sé il piccolo e i suoi tre giochi preferiti – una mela di ottone, una d’argento e una d’oro — e salpò, dando ordine ai marinai
di condurla nel punto esatto in cui Fortunio era stato inghiottito.
Quando vi giunsero, il bambino iniziò a piangere disperatamente e per calmarlo, la madre gli mise in mano la mela di ottone.
La scena non sfuggì alla sirena, che emerse dalle onde e disse: «Donna, dammi quella mela: è bellissima, la voglio a tutti i costi».
Doralice esitò: «È il giocattolo preferito di mio figlio…».
«Se me lo darai, ti mostrerò tuo marito fino al petto e gli potrai parlare».
Il desiderio di rivedere Fortunio fu più forte dell’esitazione: Doralice gettò in acqua il gioco del bambino e la sirena mantenne la parola. Fortunio apparve, vivo, immerso fino al petto nelle acque, ma fece appena in tempo a salutare la moglie che nuovamente si inabissò.
Il giorno dopo, il bambino ricominciò a piangere. Per calmarlo, Doralice gli diede la mela d’argento. E la sirena riapparve: «Dammi quel giocattolo e ti mostrerò tuo marito fino alle ginocchia».
Ancora una volta, la principessa cedette. Fortunio le apparve per metà e poi di nuovo sparì tra i flutti.
Infine, il bambino pianse chiedendo a gran voce il terzo pomo, quello d’oro, il più bello. La sirena, appena lo vide, lo pretese: «Se me lo darai, ti mostrerò tuo marito interamente».
Con il cuore stretto, Doralice cedette. La creatura emerse mostrando Fortunio per intero, seduto sul suo dorso. A quel punto, con un sorriso sornione, lui esclamò: «Oh, quanto vorrei essere
un’aquila!». E si trasformò all’istante, spiccò il volo e atterrò sull’albero maestro della galea, mentre la sirena osservava la sua trasformazione, esterrefatta. E Fortunio, ridendo per la rabbia della
sirena e compiacendosi di vedere tutti i suoi marinai in visibilio, discese, riprese la sua forma umana e strinse in un abbraccio la moglie, il bambino e poi l’intera ciurma, senza risparmiare baci
e strette di mano.
La gioia del ricongiungimento fu tale che la nave puntò subito la prua verso il regno paterno. Quando entrarono in porto, le trombe squillarono, le nacchere e i tamburi si unirono al fragore, e
ogni altro strumento diede fiato alla festa. Fortunio, Doralice e il piccolo si incamminarono verso il palazzo reale, accolti con un trionfo che riempì le sale di applausi, musiche e festeggiamenti. Loro tre vissero per sempre felici e contenti. E la sirena, invece? Di lei non abbiamo più notizia.
La ninfa dello stagno da Le fiabe del focolare dei fratelli Grimm (1842).
C’era una volta un mugnaio che viveva felice con sua moglie: possedevano denaro e terreni, e ogni anno diventava sempre più grande il gruzzoletto di denaro che avevano messo da parte. Ma
la sventura arriva all’improvviso: così come la ricchezza era aumentata, cominciò a diminuire di anno in anno finché al mugnaio non rimase nulla a parte il mulino in cui lavorava. Era
preoccupatissimo e, quando si coricava dopo una giornata di lavoro, non riusciva a dormire: si rigirava nel letto, col cuore colmo di timore.
Una mattina si alzò prima dell’alba e uscì all’aperto, pensando che l’aria fresca avrebbe alleggerito il suo spirito: e così, camminava sulla diga del mulino quando udì un lieve gorgoglio provenire dallo
stagno.
Guardò in basso e vide una bellissima donna emergere lentamente dall’acqua: aveva un corpo candido e lunghissimi capelli che scendevano ai lati coprendola come un vestito. Capì subito che
era una ninfa degli stagni, e ne fu talmente spaventato da non sapere se fuggire o restare immobile. Ma la ninfa, con voce dolce, lo chiamò per nome e gli chiese perché fosse così triste.
All’inizio il mugnaio non voleva parlarle; poi, sentendola così insistere e con tanta gentilezza, prese coraggio e le raccontò di come un tempo avesse avuto molti risparmi ma ora fosse tanto povero da non sapere come andare avanti.
«Non ti crucciare» rispose la ninfa. «Ti renderò più ricco e felice di quanto tu sia mai stato: posso farlo, perché io ho poteri magici, lo sai. Devi solo promettermi di darmi ciò che è appena nato a
casa tua.»
“Che altro può essere,” pensò il mugnaio, “se non un gattino?”. La sua micia, infatti, aspettava cuccioli da un momento all’altro. E allora, a cuor leggero, promise ciò che la ninfa chiedeva.
Lei si immerse di nuovo nelle acque, e il mugnaio, rincuorato, si affrettò verso casa. Ma non aveva ancora raggiunto il mulino quando la serva uscì a chiamarlo, con un sorriso che andava da parte a parte: sua moglie, che era incinta, aveva inaspettatamente dato alla luce un bel bambino, che era nato con un mese di anticipo ma era vispo e sano come un pesce!
Il mugnaio rimase fulminato. Piangendo, corse al capezzale della moglie e, quando lei gli chiese confusa perché non fosse felice per il loro bel bambino, le raccontò tutto, compresa la promessa fatta. «A che mi serve la ricchezza,» singhiozzò, «se devo perdere mio figlio! Ma ormai ho promesso: che posso fare?»
Fra l’altro, la sirena aveva mantenuto il patto. Nell’arco di pochi mesi, la fortuna tornò al mulino: i forzieri parevano riempirsi da soli, il denaro moltiplicarsi di notte; in breve tempo, il mugnaio fu più ricco di prima. Ma non era una ricchezza senza pensieri: l’accordo con la ninfa gli pesava sul cuore, e ogni volta che passava accanto allo stagno temeva di vederla riemergere per reclamare il
suo credito. Sicché, non permise mai al bambino di avvicinarsi all’acqua. «Stai bene attento» lo ammoniva, «se tocchi l’acqua, una mano ti afferrerà e ti trascinerà giù.»
Gli anni passarono e la ninfa non si fece più vedere. Il ragazzo divenne un guardiaparchi, mettendosi al servizio del signore del luogo. Nel frattempo, il giovanotto si era innamorato di una
fanciulla bella e fedele, che lo ricambiava: quando il signore del luogo lo venne a sapere, donò loro una casetta. E così, i due si sposarono, vivendo in pace e armonia.
Un giorno, il giovanotto stava inseguendo un cervo: non si accorse che, cammina cammina, era arrivato vicino al pericoloso stagno del mulino; senza pensarci, si chinò per bere un sorso d’acqua, poiché era molto assetato, ma appena immerse le dita nell’acqua la ninfa spuntò fuori. Ridendo, gli cinse il collo con le sue braccia bagnate e lo trascinò giù, tanto rapida che le onde schizzarono tutt’attorno.
Alla sera, non vedendolo tornare, la moglie si allarmò e uscì a cercarlo. Egli le aveva raccontato dell’incauta promessa di suo padre e le aveva raccomandato spesso di non avvicinarsi mai allo
stagno, così lei sospettò subito l’accaduto. Corse alla riva e trovò lo zaino di suo marito posato sull’erba; non ebbe più dubbi. Pianse, si torse le mani, lo chiamò invano da una riva e poi dall’altra, ma niente. Alla fine, sfinita, cadde a terra e si addormentò.
Sognò di arrampicarsi su un dirupo roccioso, con rovi e spine che le laceravano i piedi e pioggia e vento che le sferzavano il volto e i capelli. In cima, però, il paesaggio cambiava: cielo azzurro, aria mite, prati fioriti e una casetta ordinata. Nel sogno, entrò nella casetta: un’anziana dai capelli bianchi la accolse con un gesto gentile.
La ragazza svegliò di colpo: ormai era giorno, e decise di seguire il sogno. Salì con fatica sulla montagna lì vicina, trovando tutto come nella visione. Sulla cima del monte c’era per davvero una casetta, e una anziana donna la accolse per davvero: «Mia cara, devi aver sofferto molto per giungere fino alla mia solitaria casa.» E la donna le raccontò in lacrime la sua storia.
«Coraggio» disse l’anziana, che era in realtà una fattucchiera buona. «Ti aiuterò. Ecco un pettine d’oro: attendi la luna piena, siedi sulla riva e pettina i tuoi lunghi capelli neri. Poi posa il pettine
sull’orlo dell’acqua e vedrai cosa accadrà.»
La giovane attese con impazienza. Nella prima notte di luna piena, fece come le era stato detto: appena posato il pettine, un’onda lo trascinò giù; subito dopo, la testa del marito emerse, muta e
dolente, per poi essere di nuovo coperta da un’onda.
Afflitta, tornò dall’anziana, che le diede un flauto d’oro: «Non angustiarti, è normale. La ninfa non si contenterà di scambiare tuo marito con un pettine: ora l’hai incuriosita, ma adesso vuole altri doni. Alla prossima luna piena, suona una melodia con questo flauto e poi posalo sulla sabbia.» Lei obbedì: il marito emerse fino alla vita, tendendo le braccia verso di lei, ma subito dopo un’onda lo trascinò giù.
Disperata, la ragazza tornò a chiedere aiuto per la terza volta. L’anziana le donò un arcolaio d’oro: «Va tutto come io avevo previsto. Prendi l’arcolaio e fila fino a riempire il fuso, poi posalo sulla riva.» Non appena apparve la luna piena, la donna filò diligentemente finché il fuso fu completamente pieno di filo. Aveva appena posato l’arcolaio sulla riva quando, dalle profondità dell’acqua, si formò una altissima onda che portò via con sé l’arcolaio.
Subito dopo, un’altra onda sputò fuori la testa, il busto e tutto il corpo del marito! Ormai libero, lui salì a riva con un balzo, afferrò la mano di sua moglie e fuggì con lei. Ma avevano fatto solo pochi
passi quando lo stagno si sollevò con un fragore terribile e un’enorme massa d’acqua si riversò sui campi: era un’alluvione disastrosa, la vendetta della ninfa! Ai due parve di essere già spacciati: allora la donna, spaventata, invocò l’aiuto della buona fattucchiera. In un attimo furono trasformati: lei in un rospo, lui in una rana.
Sopravvissero, ma l’ondata li separò e li trascinò lontano. Quando l’acqua si ritirò e i due toccarono di nuovo terra, ripresero forma umana: nessuno dei due, però, sapeva dove fosse l’altro, né sol per
quello dove fosse lui per primo. Erano finiti lontanissimo, in terre straniere, tra gente che non conosceva la loro patria, con alte montagne e profonde valli a dividerli. Per sopravvivere, entrambi
dovettero arrangiarsi a fare i pastori: e per anni condussero le greggi tra prati e boschi, con il cuore pieno di tristezza e nostalgia.
Un giorno di primavera, mentre portavano le pecore al pascolo, il caso li spinse l’uno verso l’altra: lui vide un gregge su un versante lontano e guidò le sue pecore in quella direzione. I due sposi si
videro, ma non si riconobbero, poiché erano passati molti anni dal loro ultimo incontro e tutti e due erano molto cambiati. Si presero subito in simpatia, però: e, felici di non essere più soli, da allora
pascolarono ogni giorno fianco a fianco.
Una sera, sotto la luna piena, quando le pecore già dormivano, il pastore tirò fuori un flauto e suonò una melodia dolce e malinconica che gli ricordava la sua amata moglie perduta.
Quando smise, vide che la pastorella piangeva. «Perché piangi?» le chiese, stupito.
«Conosco anch’io quella melodia,» rispose lei, «quando la suonai l’ultima volta, era per mio marito, tentando di liberarlo da una ninfa malvagia che lo teneva prigioniero. Ci riuscii, ma subito dopo
venne un’alluvione che ci separò. Non l’ho più rivisto da allora.»
Lui la guardò, e fu come se un velo gli cadesse dagli occhi: riconobbe la sua amata moglie. Lei, vedendo la luna illuminare il suo volto, lo riconobbe a sua volta. Si abbracciarono, si baciarono, e
non serve dire che passarono assieme tutto il resto dei loro giorni, felici e contenti.