Quando è iniziata la pandemia, mia figlia aveva circa due mesi e ci trovavamo sulla soglia della primavera. Le lunghe passeggiate che ho fatto nei campi vicino casa con la carrozzina (devastandone il telaio, ma questa è un’altra storia) mi hanno insegnato a stare sempre col naso all’insù, verso le fronde degli alberi. Ho iniziato a interessarmi alle specie botaniche, imparando a riconoscerle e dar loro un nome, un po’ con la memoria a quando ero piccola e mio padre mi portava a spasso per i boschi della Val Pellice dove sono nata… guardare le foglie, osservare la corteccia, cercare a terra fiori o frutti. Ovviamente ho iniziato a leggere avidamente il ruolo che i vari tipi hanno giocato nella storia europea dai primordi: ninfe, dee e dei sono stati anticamente degli alberi, forse tra i primissimi oggetti di culto. Tutti questi simboli e i loro significati sono racchiusi in chiave pop nelle Madamine Arboree… scopri la tua preferita, ognuna di loro ha inoltre un vero elemento vegetale incorporato!

Madamin Quercia. Abbiamo questa cosa con la quercia. Con i suoi frutti, le ghiande, e con le sue foglie. La sua maestosità. Una connessione profonda. Forse perché tocca alcune corde, per così dire, ancestrali del nostro inconscio. Albero significativo in tutte le principali mitologie del Vecchio Continente e forse alla base delle credenze più antiche quel popolo migratore da cui discendiamo come Europei: anticamente nel nostro continente, in una fase in cui l’uomo adorava le forze della natura e le riteneva residenti in flora e fauna, esisteva una forma di culto degli alberi. Si ritiene che la fase successiva dello sviluppo del pensiero umano, che vede antropomorfizzare queste entità naturali in un pantheon di divinità, abbia comunque mantenuto un forte legame tra il dio e la pianta che lo rappresenta(va). Così se siamo -relativamente- certi che una delle più antiche divinità adorate dai nostri avi indoeuropei fosse il Dio del Tuono, non dobbiamo stupirci che suo simbolo e dimora fosse la quercia. Dio del Tuono, ovvero forza fecondatrice che mandava la pioggia e che faceva fiorire la terra: per derivazione sono infatti associati al tuono il greco Zeus, con la sua versione latina Giove, entrambi notoriamente collegati a questo albero… Il dio Donar/Thunar del popolo germanico diventa il dio norreno della folgore Thor e si collega alla sua versione mediterranea nella reminiscenza del giorno dedicato a Giove, ossia il giovedì (dies Jovis), Thursday (Thunar’s Day) in inglese. Insomma, l’Europa è stata per così tanto tempo un fitto manto boschivo, in cui i nostri avi hanno vissuto, pregato, narrato e osservato che in qualche recesso di noi è sicuramente ancora viva la connessione che abbiamo con l’albero della quercia. O almeno, per me è così!

Madamin Noce. Il numero delle parti che compongono il frutto del noce (mallo, guscio e gheriglio) è tre, proprio come le fasi della vita della donna e della Dea (vergine, madre, vecchia). Se la quercia è l’albero di Giove, il noce lo è di Artemide, così come lo deduciamo dal mito greco di Caria. Sappiamo che esisteva una dea preellenica, che diede tra l’altro il nome alla regione Caria dell’Asia Minore, chiamata Kar o Ker, divinità della morte nominata da Omero come “arraffatrice di uomini” e divenuta figura multipla in epoca classica per mezzo delle Kéres, spiriti di sventura e morte violenta che sul campo di battaglia davano il colpo di grazia ai feriti per berne poi il sangue (una di esse è la celebre Sfinge). Per questo il noce avrebbe mantenuto un aspetto malefico nel folclore europeo andando talvolta ad accostarsi a un’altra divinità femminile, la regina degli Inferi Persefone. Le cariatidi, che hanno poi dato il nome alle note statue femminili, erano le sacerdotesse della divinità femminile del noce e attorno a esso eseguivano riti e danze (queste ultime, attestate pure dagli storici greci). Il noce sarebbe un albero oracolare, emblema della divinità romana Carmenta, l’ennesima derivazione della dea Kar/Ker, divenuta sul suolo italico madre del colono Evandro, fondatore del Palatino, e profetessa del noce.

Madamin Mela. L’antico testo ebraico della Genesi non si pronuncia sulla natura dell’albero della conoscenza (nella traduzione greca diventa un fico!) ma nel Medioevo in tutta Europa lo si identifica come un melo per due ragioni: la prima è che a quell’epoca in tutto l’Occidente il melo era l’albero da frutto per eccellenza; la seconda è che la concezione medievale tendeva a spiegare il mondo attraverso le parole e in questo caso, in cui il nome della mela e quello del male coincidono, malum non poteva che essere il frutto del peccato. Se esistono mele pericolose, perché nascondono un inganno, come quelle di Biancaneve e soprattutto di Eva, la mela è in realtà il frutto per eccellenza, l’archetipo di tutti i frutti. Dal frutto si ottiene sempre un frutto e in tutte le lingue esistono espressioni che collegano la frutta alla nascita, alla fertilità e alla femminilità; frutto dorato, eccellente eppure anche frutto del peccato. La forma sferica della mela la rende doppio del globo, simbolo di potere e abbondanza: è pieno e pesante, evoca l’idea di nutrimento e prosperità… la mela come simbolo di ricchezza è comune a tutte le mitologie europee che la vedono come frutto d’oro (idea che deriva forse anche dalla sua rotondità, se è vero che nella maggior parte delle lingue indoeuropee ricco e rotondo sono etimologicamente parenti). Nella cultura greca è l’attributo di Afrodite, ma lo è anche delle fate che abitano l’isola di Avalon del mondo celtico; le mele sono infine da nord a sud i frutti dell’immortalità.

Madamin Frassino. In mitologia greca il frassino è, al pari della quercia per Zeus, l’albero sacro a Poseidone. In area greca, secondo il racconto cosmogonico delle cinque età dell’uomo, la stirpe dell’età del bronzo vide gli uomini -equipaggiati con armi di questo metallo- cadere dai frassini come frutti maturi; si nutrivano di carne e pane e la loro principale occupazione era la guerra, in quanto gente spietata e insolente. Questa sarebbe la versione mitizzata degli antichi invasori Elleni: allevatori di bestiame dell’Età del Bronzo che adottarono il culto del frassino, proprio di una dea e del figlio Poseidone che in quanto “re sacro veniva consacrato al frassino, di cui ci serviva in origine durante le cerimonie propiziatorie della pioggia”. Frassino e bronzo sono due esempi di durezza e proprio gli antichi Elleni erano equipaggiati con armi fatte di questi materiali: la parola melia, che ricorre spesso nei poemi omerici, ha soltanto due significati, lancia e frassino. Melia era anche il nome della ninfa tutelare di questa specie arborea. Poco o nulla sappiamo invece delle ninfe del frassino, le Melìe, se non che secondo la leggenda nascono dal sangue di Urano, castrato dal figlio Crono… se queste non hanno particolare rilievo nel panorama leggendario, possiamo per lo meno azzardarne un’origine piuttosto antica essendo precedenti allo stesso Zeus. Non si può poi dimenticare che l’albero cosmico dei Norreni, il celebre Yggdrasill, era proprio un frassino!