In Italia “M’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama…” è la tradizione di strappare uno ad uno i petali della margherita per sapere se la persona amata ricambia il sentimento: il petalo che resta per ultimo sulla corolla dà la risposta al quesito.
La margherita ha molti significati: per la semplicità della sua forma e per il colore bianco indica innocenza, purezza e bontà. Se poi la si osserva più attentamente ci si accorge che è formata da due corolle perfettamente unite tra loro e questo ne fa il simbolo dell’amore vero e fedele.
La margherita annuncia l’approssimarsi della primavera ed è legata alla fertilità e alla nascita: si regala alle donne incinta come augurio per il lieto evento e in segno di benvenuto per la nuova vita che sta per arrivare… non a caso è, secondo la tradizione norrena, il fiore sacro alla dea dell’amore e della fertilità Freya. Una leggenda celtica vuole poi che le margherite sboccino nei prati per consolare i genitori che avevano perso un figlioletto e nell’antica Grecia era inscindibilmente legata alla sfera femminile essendo simbolo della dea Artemide, invocata dalle donne al momento del parto.
Gli anglofoni la chiamano Daisy, termine da ricondurre all’antico inglese che significa “occhio del giorno” per la capacità della margherita di chiudersi di sera o nei giorni di cattivo tempo e riaprirsi al ricomparire del sole.
Il nome Margherita viene, nell’area mediterranea, associato al fiore solo dal Medioevo in poi a causa di uno slittamento semantico: in origine esso indicava la perla e la sua enorme diffusione è dovuta al culto medievale di santa Margherita d’Antiochia, patrona (indovinate?) delle partorienti sia per la chiesa cattolica che quella ortodossa.