Esistono moltissime tipologie di incisioni rupestri sulle nostre montagne, alcune straordinariamente grandi (come i tori del Bego), altre variamente elaborate (vedi La Peira Eicrita di San Germano Chisone)… eppure oggi, per riprendere alla grande la nostra rubrica “La storia nella roccia”, ho deciso di parlarvi delle più semplici e banali che si possano trovare sulle rocce alpine: le coppelle, un dettaglio del paesaggio montano che tutti noi, cresciuti tra le Alpi, conosciamo fin dall’infanzia. Eppure, ricordando i giri nei boschi con mio padre, ad un certo punto imbattendoci in una o più di esse la domanda era sempre la stessa: “A che servivano?”. Ebbene, evidentemente è una risposta che non conoscono neppure gli studiosi e, ahinoi, quand’è così spesso la scienza, banalmente… tace!

Ma che cosa sono? Le coppelle sono delle piccole cavità, di varie dimensioni e forme, solitamente tonde, che si possono ritrovare incise sui massi. Questa è l’unica certezza. Sul loro utilizzo si possono fare solo supposizioni, poiché non è possibile datarne l’origine, né tanto meno rinvenire materiale organico al loro interno per immaginarne la funzione (sono una mappa del luogo? O una carta del cielo? Si sarebbe forse potuto versare all’interno dell’olio, dandogli poi fuoco e creando una sorta di torcia o segnale luminoso, magari in connessione con altri fuochi e coppelle a distanza; ma potrebbero anche essere state piccole macine per pigmenti o quel che resta del prelievo di polvere e frammenti da un masso ritenuto sacro e a scopo taumaturgico oppure, tra le ipotesi più fantasiose, c’è anche il loro uso come raccolta per il sangue nel corso di sacrifici cruenti sulle rocce… un tantino creepy). Certamente, affrontare il discorso con piglio scientifico ci costringe a prendere in considerazione la loro possibile funzione rituale o utilitaristica… esclusa la seconda per insufficienza di prove, si entra nella sfera della spiritualità e, senza voler insistere sul concetto sacro dell’incidere la terra come richiamo/invocazione alla fertilità della terra (esaminato già più volte qui), mi è sembrata interessante l’ipotesi di alcuni, secondo cui il gesto sarebbe valso più del risultato. In un ambiente in cui i pastori erano soli in balia delle forze della natura, forse tornare ogni anno, ogni stagione a incidere quel masso particolare aveva un senso che andava oltre il lasciare un segno ai posteri, ma era piccola comunione con la divinità, un ringraziamento, un richiamo… non diversamente da quanto la preghiera è oggi per il fedele.

Dove. Proprio per la grandissima diffusione di questo tipo di incisioni, vi lascio una foto non particolarmente impressionante, contando di aggiungerne in seguito di più suggestive. Quelle in foto sono due piccole coppelle scovate per caso durante un’escursione tra i comuni di Prarostino e Angrogna, in località Rougnousa (To). Da notare come sia presente qui anche un’incisione cruciforme che potrebbe rappresentare un’orante o essere stata aggiunta in fase di cristianizzazione della vallata… Non ho trovato indicazioni su queste specifiche incisioni!
Talvolta le coppelle si presentano isolate, poche su un masso, altre volte la roccia ne risulta completamente ricoperta… questo non aiuta a interpretarne il senso! Altra particolarità è la scelta del luogo in cui esse sono state praticate: ancora una volta dobbiamo svestire i panni di esseri umani moderni e tentare di calarci in quelli dei nostri antenati che hanno dedicato tempo ed energie per individuare la roccia “giusta” e incidere poi la pietra con degli strumenti arcaici. Il lunghissimo lasso di tempo in cui sono state eseguite, verosimilmente dal Paleolitico medio fino alla Storia scritta sui libri, fa presumere che il tipo di strumenti impiegati per la loro realizzazione sia stata tanto la pietra (prima), che il metallo (poi). Questo ci dovrebbe anche indurre a ragionare su quanto siano modificati il paesaggio e il rapporto che abbiamo con esso. Ciò che vediamo, seduti su un masso coppellato, è quello che vedevano i nostri avi 3000 anni fa? Percorrere i sentieri boschivi era un’esperienza appagante, spaventosa, devozionale? E trovarsi davanti una particolare roccia, era una curiosità o un segno degli dei? Lo studio della Preistoria a volte smuove qualcosa che è ben nascosto in noi (quasi come le coppelle non ancora trovate in chissà quanti anfratti alpini)!

Folclore, aiutaci tu! L* studios* di cose antiche ha nella sua manica un piccolo asso, da giocarsi al momento opportuno: i miti e le leggende. In alcune aree del Piemonte infatti, le coppelle sono chiamate “tazzine delle fate” e si pensa che, riempite d’acqua, fossero collegate alle fase lunari. Il territorio della Val Pellice è da considerarsi di origine celto-ligure e, anche se su esso non siamo ben informati come sul repertorio greco e romano, gli studiosi concordano nell’affermare che le antiche popolazioni della Gallia Cisalpina tenessero in gran considerazione sia gli spiriti dell’acqua, che quelli delle rocce. Il sostrato ancora più antico suggerirebbe spiriti femminili legati alla fertilità che potrebbero spiegare le coppelle come marchio di un luogo speciale, magari anche in associazione alla raccolta dell’acqua che veniva versata e raccolta in riti particolari. Non a caso l’archeologa Gimbutas afferma che, nel folclore contadino europeo, l’acqua piovana raccolta in queste cavità avesse delle speciali proprietà curative e che: “Nella preistoria e nella memoria popolare pozzo e coppella erano simbolicamente intercambiabili”. Sul valore dell’acqua come principio di vita, ecco un vecchio post: Pillole acquatiche di storia e mitologia. E alla prossima Storia nella roccia!

Il panorama sulla pianura piemontese dal masso inciso
La ben visibile incisione a croce
Dettaglio del masso: due coppelle e una croce multipla