Se la quercia è l’albero di Giove, il noce lo è di Diana.
A dimostrazione di ciò, dobbiamo andare a ripescare nozioni di mitologia greca, ma non le grandi saghe epiche, ché di solito i fatti più curiosi si ritrovano in quei racconti che sembrano più storielle per bambini e, a volte, hanno dei punti contraddittori o poco chiari. Sappiamo che le vicende legate alle piante spesso riguardano una ninfa che viene tramutata in vegetale per sfuggire allo stupro. Non serve premettere che, 9 volte su 10, un intreccio del genere nasconde una sovrapposizione di credenze religiose e -in questo caso- è la giustificazione patriarcale della sottomissione di un culto femminile alla figura del maschio, vero?

La vergine. Analizziamo questa leggenda: in Laconia (regione con Sparta) un re accoglie presso la sua reggia il dio Dioniso; quest’ultimo s’innamora della più giovane delle tre principesse ma la gelosia delle sorelle più grandi farà in modo che esse vengano trasformate in pietre dal dio, mentre l’ultimogenita Caria verrà mutata in noce dopo essere morta per il dispiacere della vicenda famigliare. Fin qui nulla di strano, se non la trama un po’ patetica, ma all’improvviso entra in scena Artemide che si fa portavoce nell’annunciare la dipartita della principessa presso gli Spartani, i quali si affrettano a erigerle un tempio al cui ingresso piazzano due statue femminili che prenderanno il nome di cariatidi.
Gli elementi incongrui sono l’improvvisa apparizione della dea lunare, venerata in loco come Artemide Cariatide, che viene tirata in ballo evidentemente per occultare una divinità più arcaica incastonandola nel pantheon degli dei olimpici e sottomettendola perciò al sommo Zeus (che di Artemide è padre) e la ragione per cui la giovane Caria dovrebbe essere elevata a motivo di culto non avendo dato segni di natura divina.
Il suo legame con Dioniso, tradizionalmente dio morente della vegetazione, potrebbe farci pensare che Caria fosse in origine una dea tellurica, legata cioè al suolo fertile, in una visione di coppia divina.

La morte. Sappiamo che esisteva una dea preellenica, che diede tra l’altro il nome alla regione Caria dell’Asia Minore, chiamata Kar o Ker. Questo personaggio sopravvive in una divinità della morte, nominata da Omero come “arraffatrice di uomini” e divenuta figura multipla in epoca classica per mezzo delle Kéres, spiriti di sventura e morte violenta che sul campo di battaglia davano il colpo di grazia ai feriti per berne poi il sangue (una di esse è la celebre Sfinge). Per questo il noce avrebbe mantenuto un aspetto malefico nel folclore europeo andando talvolta ad accostarsi a una altra divinità femminile, la regina degli Inferi Persefone.
Questa accezione infernale, sommata a quella lunare di Artemide, potrebbe indurci a pensare che la vera dea da identificare con Caria sia invece Ecate, dea anch’essa della Luna e di origine preindoeuropea.
Come ninfa vergine al seguito di Artemide, come sposa feconda di Dioniso e infine come dea della morte, la figura di Caria non sarebbe altro che la Dea venerata nell’Europa Antica prima dell’arrivo delle popolazioni patriarcali indoeuropee cultori del dio maschio del fulmine e della quercia.
Caria viene ulteriormente “messa al suo posto” dalla genealogia narrata nella leggenda poiché suo padre ci viene presentato col nome di Dione, derivante da Dios (Zeus) e omonimo di Dione, dea della quercia.

L’albero e il frutto. Le cariatidi, che hanno poi dato il nome alle note statue femminili, erano perciò le sacerdotesse della divinità femminile del noce e attorno a esso eseguivano riti e danze (queste ultime, attestate pure dagli storici greci). Lo studioso Jacques Brosse fa del noce un albero oracolare, vedendo nella divinità romana Carmenta l’ennesima derivazione della dea Kar/Ker, divenuta sul suolo italico madre del colono fondatore del Palatino Evandro e profetessa del noce. Non posso sposare in toto questa teoria per mancanza d’informazioni, ma l’affascinante dono profetico di quest’albero ben si accompagna a una leggenda della mia valle natia secondo cui la notte di San Giovanni una fata bianca che fila la lana compare in cima a una roccia tenendo un piede appoggiato a essa e l’altro a un grande noce.
L’attività di filare da sempre è legata alla divinazione e alla rappresentazione del destino umano: in tutto il folclore europeo le figure poste a questo compito sono tre, come il numero delle parti che compongono il frutto del noce (mallo, guscio e gheriglio) e come le fasi della vita della donna e della Dea (vergine, madre, vecchia).
Si ritiene che il suo frutto sia un simbolo della ricerca interiore proprio perché si deve passare dall’amarissimo mallo e dal coriaceo guscio prima di giungere all’unica parte commestibile della noce. Eccezion fatta per il nocino, liquore ottenuto dai malli verdi, che un tempo si diceva avere proprietà taumaturgiche… a patto che i frutti venissero raccolti, indovinate quando? La notte di San Giovanni!