In quest’anno che verrà ricordato come quello della pandemia e in cui ci sono state negate alcune delle nostre consuetudini, ho voluto riflettere sull’origine di alcune tradizioni. Che cos’è il Primo maggio senza il concertone romano in piazza (ricordo d’adolescenza) o la fiera di paese (reminiscenza d’infanzia), ha senso festeggiarlo?
Ho scoperto che la risposta è: sì! Di seguito vi spiego il perché.

Una festa antica quanto l’uomo. Come il suo doppio novembrino, anche il Primo maggio è un momento significativo che accompagna la vita di Homo sapiens da tempo immemore. Questa data è legata alla ierogamia, ossia le nozze sacre divine: in questo momento -in cui la primavera ritorna dopo il freddo invernale- la madre Terra si congiunge al dio della vegetazione portando fertilità e abbondanza nei campi e tra le greggi. Residui di queste credenze si trovano nelle tradizioni contadine d’Europa come l’elezione di un Re e di una Regina di primavera (ne avevamo parlato quando abbiamo analizzato una figura tipica del Piemonte, come la Bela Sparsera di Santena).

Da Nord a Sud. La notte tra il 30 aprile e il 1 maggio era conosciuto dalle popolazioni celtiche come Beltane (pronunciato bielt-n, leggine di più qui): una festa associata al ritorno ai pascoli, all’inizio dell’estate e al benvenuto al calore solare, che favoriva la crescita delle messi e del bestiame. Si facevano falò per incoraggiare i raggi del sole a penetrare la terra per magia simpatetica. La festa potrebbe essere legata al dio celtico del sole e della guarigione Belenus (la comune radice bel- indica la luce brillante), e infatti Beltane (o Beltene) significa “fuoco splendente” o “fuoco bello”. Associato a questa ricorrenza era una pianta importantissima per i Celti, il biancospino che fiorisce proprio in questo periodo e che in alcune zone è chiamato anche Mayflower; ricordiamo che gli alberi sono portati in festa in molte zone d’Europa come residui cultuali delle effigi dello spirito della vegetazione come Alberi della Cuccagna o alberi del maggio. Ritroviamo poi la celebrazione del fuoco e della coppia divina all’inizio di maggio anche nell’Antica Roma quando, nella giornata del Primo maggio i sacerdoti del dio Vulcano sacrificavano delle scrofe gravide alla sua sposa Maia, al fine di favorire la fertilità della terra e l’abbondanza del bestiame. Il legame tra la scrofa e la divinità delle messi è conosciuta in tutto il mondo mediterraneo e ne è testimonianza il suo legame con la dea greca Demetra (ne abbiamo parlato qui).

Da ieri a oggi. La romana Maia, prima di essere assimilata all’omonima Pleiade greca, era una dea arcaica legata alla natura e al ritorno della primavera. Segno della sua origine antica è il fatto che erano i flamines del dio Vulcano, altra divinità autoctona, a officiare i riti del Primo maggio, festa chiamata Maiae. Come detto, il sacrificio prevedeva che venisse immolata una scrofa e il termine italiano “maiale” deriverebbe proprio dal latino sus maialis; l’importanza di questa dea preromana era tale che le sue tracce sono giunte fino a noi: da lei prende infatti il nome il mese di maggio, Maius. La figura femminile, portatrice di primavera, madre e moglie è sopravvissuta fino a noi nelle celebrazioni del mese mariano: la Madre Terra si identifica ancora con la Madonna nella connessione all’acqua-di-vita, agli alberi, alle fiorite e ai fiori, ai frutti e ai raccolti. Il Primo maggio è infine festa laica dei lavoratori, istituita nell’Ottocento, ma anche giorno dedicato a Giuseppe nella sua figura di lavoratore (la festa del 19 marzo riguarda invece solo il suo aspetto di padre) dagli anni ’50, oltre che giorno dell’Atto di affidamento a Maria. Spesso, con l’avvento del Cristianesimo, il clero anziché estirpare le tradizioni pagane ha cercato di rivestirle di un nuovo senso religioso. Quale che sia il vostro credo, il Primo maggio resta un giorno da festeggiare dalla notte dei tempi, forse non importa in quale forma, ma direi che vale davvero la pena celebrarne il trionfo della Vita!