L’ultimo post che avevamo affrontato prima della pausa estiva riguardava alcune divinità della Grecia e la loro versione zoomorfa. Tra essi vi era anche Dioniso, divinità della vite e dell’ebrezza, conosciuto presso i Romani come Bacco, che per la sua vicinanza mitologica alle vicende di altre figure leggendarie come Attis e Adone può essere definito come dio che muore e risorge e quindi, in definitiva, come spirito della vegetazione.

Dioniso come spirito della vegetazione. Fra le piante sacre a Dioniso vi era anche il pino e, nonostante egli venga spesso raffigurato accerchiato da viti e grappoli, si trattava in origine di un dio degli alberi in generale che, come divinità della vegetazione, secondo la leggenda dovette morire anche lui in maniera violenta per poi tornare in vita. L’apparente morte autunnale della vegetazione era giustificata infatti con la credenza che la divinità della natura trascorresse un determinato periodo sottoterra (che sarebbe solo in seguito a ciò divenuto regno dell’Aldilà e dei morti). Analogamente ad altri spiriti della vegetazione Dioniso era spesso rappresentato con l’aspetto zoomorfo di un essere bicorne, sovente il toro o la capra. Ad egli venivano infatti sacrificati i capretti, facendo immaginare che il rapporto dio-capra sia molto arcaico (tanto che in un passato ancestrale egli potrebbe aver avuto sembianze del tutto caprine e allora l’essere sacrificato non sarebbe stato un animale, ma il dio stesso).

La funzione della vicenda tragica di Dioniso. Ma perché Dioniso doveva essere ucciso? Non dobbiamo dimenticare che inizialmente egli era uno spirito della vegetazione e, in quanto tale, si riteneva necessario che venisse ucciso all’arrivo della stagione fredda, quando era evidente che i suoi poteri sulla natura venivano meno causando il deperimento della flora. Allora lo spirito veniva ucciso ed al suo posto ne rinasceva uno più vigoroso che in primavera dava subito prova della sua forza gemmando gli alberi e ingravidando le greggi: in questo modo l’uomo credeva di preservare di anno in anno l’abbondanza della terra. In diverse zone d’Europa tale tradizione è rimasta, per dirla con un concetto moderno, nel mandato di un determinato periodo con cui re e governanti restano in carica al potere. Inoltre il momento dell’uccisione o della morte dello spirito della vegetazione è da ricercarsi in diversi periodi dell’anno, primavera o estate, in base alla coltura di sussistenza di un determinato popolo e al clima del posto… Nell’Europa continentale si tratta di solito di Pasqua/inizio maggio, nel Nord Europa un periodo d’estate avanzato (verso il 15 agosto); dobbiamo inoltre considerare che in area mediterranea, dove lo spirito era legato principalmente all’agricoltura, la sua uccisione coincideva con la mietitura del grano d’estate, mentre per zone più fredde e boschive dove si praticava la caccia e il raccolto si trattava di una credenza legata alla primavera.

Una sola credenza, molteplici forme. A seconda del luogo e del periodo dell’uccisione e resurrezione del dio della vegetazione, tale credenza ha dato vita a diversi prodotti culturali: il fantoccio della Vecchia che veniva bruciato alla fine dell’inverno, i nenniri o giardini di Adone che sono poi stati assorbiti dalla tradizione cristiana per ricordare la vicenda di Gesù, raffigurazioni antropomorfiche dello spirito vegetativo come il Verde Giorgio balcanico o l’inglese Jack in the Green, i re e le regine che erano eletti nei villaggi contadini fino a poco tempo fa, senza dimenticare le incarnazioni di divinità ben precise come i greci Dioniso e Demetra, il celtico Cernunno e la Madre del grano o gli spiriti animali del grano del nord Europa.